Chapter 4: Confessions
(POV Bella)
La mia mente era completamente in bianco: non avevo la minima idea di come affrontare quello che stava per accadere. Eppure ero consapevole che prima o poi sarebbe successo, non potevo non rivedere più mia madre. Già anche solo questi mesi di lontananza mi avevano fatto soffrire: avrei tanto voluto parlarle di Renesmee, raccontarle che era diventata nonna. Mi sarei divertita un mondo a vedere la sua reazione a questa notizia.
Se solo Nessie non fosse cresciuta così in fretta.
Ora avevo di fronte solo due possibilità: o nasconderle del tutto l'esistenza di sua nipote oppure mostrargliela, come avevo fatto per Charlie, ma con la differenza che lei avrebbe fatto un milione di domande, sul fatto di come potessi avere già una figlia di cinque anni che ovviamente era biologica.
Ma da qualche parte dovevo pur cominciare.
Presi un respiro profondo cercando di inalare, oltre all'aria, anche il coraggio che mi serviva per affrontare quella conversazione.
“Mamma, siediti, per favore. Devo parlarti.” dissi quasi automaticamente.
Sembrò sorpresa dal tono perentorio che avevo utilizzato, probabilmente non si aspettava che sarei stata io la prima ad aprir bocca, di conseguenza dovette rimangiarsi la sfilza di dubbi che aveva sulla punta della lingua. L'attacco era sempre la miglior difesa.
Lei fece come le avevo chiesto e io mi sedetti sulla poltrona di fronte a lei, nervosa come lo ero stata poche altre volte.
Lei fece come le avevo chiesto e io mi sedetti sulla poltrona di fronte a lei, nervosa come lo ero stata poche altre volte.
“Di sicuro ti sarai accorta che sono cambiata molto in questi mesi” iniziai, senza la minima idea di dove volessi andare a parare.
“Bella, perfino un cieco se ne sarebbe accorto!”
“Sì, in effetti anche Charlie si è posto qualche quesito” replicai con un tono più leggero. Speravo di portare la conversazione su temi meno seri, cercando di sviarla come facevo di solito.
Lei ridacchiò per qualche secondo, ma poi tornò a fissarmi intensamente, come se cercasse di scrutarmi l'anima.
Tentativo fallito. Opzione due: smetterla di girarci troppo attorno ed essere diretta.
“Allora, in particolare, che cosa noti di diverso in me?” chiesi a bruciapelo.
“Devo elencarti tutto? Per cominciare sembri quasi cianotica da quanto sei pallida, hai delle profonde ombre sotto gli occhi come se non dormissi da giorni, porti le lenti a contatto ma non sono dello stesso colore dei tuoi occhi, quando ti ho abbracciata la tua pelle era dura e gelida, la tua voce è più melodiosa, i tuoi movimenti più aggraziati e silenziosi, e infine trasmetti quasi una sensazione di disagio, ma allo stesso tempo affascini...”
E questo in solo venti minuti passati assieme.
Non avevo speranze.
“Sai, tutte queste caratteristiche le avevo già viste nei Cullen” continuò “Mi ero sempre chiesta come mai, pur non avendo nessun rapporto di parentela, fossero tutti così simili. E adesso anche tu...” concluse con una voce che sembrava sconsolata.
Mi si avvicinò sedendosi sul bracciolo e mi abbracciò.
“Che ti è successo? Che cosa sei diventata?”
Mi si strinse lo stomaco alle parole che cosa. Forse lei non le aveva scelte apposta, ma mi impressionarono lo stesso.
Mi prese le mani nelle sue, tenendomi per i polsi. Fissava con attenzione le vene del mio braccio, accarezzandole con il pollice.
Sembrava davvero immersa nei suoi pensieri, e in quel momento fui felice di non avere il potere di Edward per leggere tutte le supposizioni che stava facendo.
Dopo un momento corrucciò le sopracciglia, apparendo in qualche modo spaventata. Il suo pollice si fermò in un punto preciso del mio polso, esercitando una pressione leggermente superiore. Non capii cosa stesse facendo fino a quando non sentii il suo cuore battere furioso e l'odore dell'adrenalina nell'aria. Sconvolta, ritrassi di scatto il mio braccio, forse anche troppo velocemente.
Ma ormai era troppo tardi.
Se n'era già accorta.
Lessi sul suo volto un'espressione di puro terrore, mentre cercava con tutta se stessa di riprendere il controllo.
“Mamma, stai calma...” cercai dire, quasi supplichevole.
“Il tuo cuore!” rantolò.
“Posso spiegarti...”
“IL TUO CUORE NON BATTE!” urlò, stavolta davvero terrorizzata.
“Mamma” cercai di avvicinarmi, non so per fare cosa. Forse solo per dirle che si era immaginata tutto o che non era capace di controllare le pulsazioni.
Sta di fatto che appena cercai di sfiorarla saltò subito giù, arretrando di parecchi metri e guardandomi come se fossi un mostro.
Non aveva poi tutti i torti, ma questa reazione mi ferì più di ogni altra cosa al mondo.
Mia madre, la donna che mi aveva cresciuta e allevata, con cui avevo condiviso ogni cosa fino all'età di diciassette anni, la mia migliore amica sotto moltissimi versi, aveva paura di me.
Se avessi potuto sarei sicuramente scoppiata in lacrime.
Sentivo già quel fastidioso pizzicore agli occhi, l'aria mi usciva dalla gola con strani sbalzi.
“Mamma...” ripetei, questa volta più come un singhiozzo disperato.
Nascosi il volto tra le mani, lasciandomi andare allo sconforto.
La sentii uscire dalla stanza. Ascoltai i suoi passi incerti, incespicanti, rapidi come se stesse cercando di fuggire, ma non mi voltai a guardarla: non avrei sopportato di vedere un'altra volta quell'espressione sul suo viso.
Da quando ero diventata vampira non mi era mai sembrato di essere un mostro, ma in quel momento mi sentivo esattamente così.
In quell'attimo mi resi conto che la decisione che avevo preso mesi prima, quella che mi aveva portato a mantenere i contatti con i miei genitori, era completamente sbagliata. Pensavo che se avessero creduto che fossi morta avrebbero sofferto immensamente, invece probabilmente costringendoli ad entrare a far parte di un mondo che non era fatto per loro li avevo posti in una condizione incredibilmente ingiusta. Non facevo altro che far loro del male.
Charlie mi aveva accettata in questo stato solo perché non conosceva tutta la verità, altrimenti si sarebbe comportato nello stesso modo di Renée. Perché come potevo spiegar loro tutta la situazione? Solo il fatto che non fossi umana era di per sé terrificante. Forse in questo momento mia madre stava pensando che non fossi più sua figlia, che la vecchia Bella fosse morta e che io fossi solo un'estranea con le sue sembianze.
Come potevo replicare a ciò? Come dimostrare che ero sempre io, che intimamente non ero cambiata affatto?
“Bella” la sentii pronunciare il mio nome in un tono quasi impercettibile.
Quelle sole due sillabe riaccesero in me ancora un briciolo di speranza. Speranza che si sbriciolò immediatamente dopo aver visto la sua espressione sconvolta, quella che probabilmente avrebbe una persona che aveva appena visto un fantasma.
Teneva in mano una tazza di camomilla bollente, ne sentivo l'odore fino a lì, e la sua mano tremava talmente tanto che gocce di quel liquido cadevano ripetutamente sul tappeto immacolato.
Mentre ne beveva un sorso per poco non si strozzò. Mi alzai istintivamente per aiutarla, ma appena mi ricordai della sua reazione di prima mi bloccai.
Finita la bevanda la posò bruscamente su un mobile lì vicino, per poi appoggiarsi alla parete con gli occhi chiusi, prendendo respiri profondi per rallentare il battito che ancora pulsava con un ritmo frenetico.
“La camomilla non basta” sussurrò a se stessa.
“Ci sarà qualcos'altro!” urlò, correndo di nuovo verso la cucina.
“Dell'alcool, del Valium... Per la miseria, Carlisle è un medico, ci sarà della morfina!”
Frugò frenetica in mezzo ai pensili, in balia della crisi isterica più violenta che le avevo mai visto avere.
La seguii e le bloccai le braccia, per impedirle di farsi del male da sola.
“Mamma, non fare così. Calmati: è tutto sotto controllo. Sono sempre io, tranquilla...” le parlai come si faceva a chi non è capace di intendere e di volere.
Di questo passo avrebbe avuto un collasso. Forse avrei dovuto chiamare Edward per farle dare davvero un calmante.
Dopo che ebbe smesso di agitarsi le presi il viso tra le mani e la costrinsi a guardarmi dritto negli occhi.
“Sono io” dissi decisa, cercando di convincerla “Hai capito? Sono sempre Bella. Non è cambiato niente...” continuai con un groppo in gola.
Lei mi abbracciò scoppiando a piangere. Sembrava talmente provata da non avere neanche più la forza di provare paura.
La spostai facilmente in salotto, facendola sedere di nuovo sul divano. Mi accomodai accanto a lei e provai a rassicurarla con delle carezze.
Beh, almeno adesso non scappa più, pensai mestamente.
Andai a prenderle un pacchetto di fazzoletti e un bicchiere d'acqua, che bevve tutto d'un sorso senza preoccuparsi di quanta ne versava.
Poi appoggiò la testa contro il cuscino, occhi chiusi.
Passarono una ventina di minuti, i più lunghi della mia vita, nei quali entrambe non dicemmo una parola, ma dopo quel tempo sembrava essersi calmata. Perlomeno, pareva che il suo cuore alla fine avesse deciso che, dopotutto, non valesse la pena di esplodere.
Mi guardò intensamente. Il velo di paura vera e propria se n'era andato, ma era ancora presente la preoccupazione.
“Bella, io ho letto un sacco di libri e visto moltissimi film horror e fantasy. Non sono molte le...” lottò a lungo per trovare le parole “creature che non hanno pulsazioni.”
“Quali conosci?” chiesi cauta.
“Beh, ho escluso che tu sia un Golem, non sei fatta di creta.” iniziò. Poi sorrise un momento, aggiungendo: “E neanche ebrea”
Sorrisi anch'io solo per qualche secondo.
“E non sei neanche un fantasma” continuò piano sfiorandomi dolcemente la guancia, quasi a conferma delle sue parole.
“Ed evidentemente non sei uno zombie. Non ne hai affatto l'aspetto.”
“Ah, grazie tante” replicai leggermente sarcastica, contenendo a malapena la sorpresa di sentirla parlare in modo talmente pacato di certi argomenti.
Ero a conoscenza dei suoi continui sbalzi di umore, così come del fatto che cambiasse idea ogni cinque minuti, ma vederla passare dal panico più totale, alla depressione per poi passare all'accettazione, tutto nell'arco di neanche mezz'ora, era strabiliante.
Tutto sommato, anch'io avevo reagito in maniera simile, ma io mi ero resa conto della diversità di Edward giorno per giorno, e il modo in cui avevo scoperto la verità è stato molto più tranquillo.
Ma tutto questo non importava. E se davvero poteva accettare quello che ero (e considerando l'elenco di creature che aveva appena fatto doveva essere consapevole di quanto fossi diversa) beh, allora non potevo essere più felice.
O meglio, essere felice nonostante il terrore dei pericoli in cui la stavo coinvolgendo mettendola al corrente.
Tuttavia ormai era fatta, tornare indietro era impossibile: non potevo certo cancellarle la memoria. Per cui decisi di andare fino in fondo: se tanto aveva già scoperto parte della verità, parte abbastanza grande da essere già considerata fuorilegge, tanto valeva raccontarle tutto, in modo che capisse quanto in realtà fossi fortunata ad essere quel che ero.
“Hai qualche altra idea?” le chiesi riprendendo il discorso.
Ci rifletté un attimo. “Una ancora ce l'ho” rispose con un tono grave, rabbrividendo leggermente.
Sperai vivamente che non si spaventasse di nuovo. Santo cielo, in quel momento capii come si era sentito Edward con me!
Renée prese un respiro profondo prima di iniziare.
“Mi ricordo di quando tu ed Edward siete venuti in Florida. C'era un tempo bellissimo, e avevo pensato che sarebbe stato carino andare tutti alla spiaggia. E invece lui disse che non poteva, che doveva studiare. Sul momento non ci feci affatto caso, eppure adesso sembra evidente. Non è mai uscito neanche in veranda, l'aereo che vi ha portati lì è atterrato di sera, e anche quando siete partiti era buio, in casa non si è mai avvicinato alle finestre. Pensai che non fosse abituato al sole, visto che qui non c'è mai...” spiegò quasi sottovoce, guardando fuori dalla finestra.
Come sempre le sue supposizioni l'avevano portata nella direzione giusta. Era così perspicacie...
Tornò a fissarmi intensamente.
“È così?” chiese semplicemente, con la voce che le tremava.
Non avevo abbastanza coraggio per risponderle a voce alta, così mi limitai ad annuire.
Rimase immobile per qualche secondo, assorbendo lo shock della rivelazione.
“Oddio!” esclamò subito dopo, nascondendo il viso fra le ginocchia.
“Non posso che credere che tu... Come è potuto succedere... Se solo...” continuò farfugliando a tal punto che a stento riuscivo a comprendere le sue parole, ricominciando a piangere.
La lasciai sfogarsi per un po' prima di rassicurarla.
“Non ti abbattere, mamma, non è come pensi. Tutti quei film, e libri... La realtà è completamente diversa! Ognuna di quelle storie è romanzata, non siamo tutti malvagi! Ascolta. Prendi Carlisle, pensa a tutte le persone che ha salvato, alla sua cordialità, alla sua integrità. Oppure Esme, che irradia amore da tutte le parti, o Alice, così allegra e vivace che non si può fare a meno di volerle bene. E poi Edward, così buono, altruista, generoso e amorevole, tanto che mi sono innamorata di lui al primo sguardo, pur sapendo cosa fosse...
E inoltre, guardami...” continuai.
E inoltre, guardami...” continuai.
Lei riposò lo sguardo su di me, osservandomi con i suoi occhi arrossati e gonfi di lacrime.
“Mamma, pensi che io potrei essere malvagia?” chiesi agitata.
Quello era proprio il genere di domanda di cui avevo paura di sentire la risposta.
“No” disse con decisione “no, non potrei mai pensare una cosa del genere su di te”
“Grazie” le risposi riconoscente. Volevo ringraziarla della sua fiducia, del suo amore. Tanto che quella singola parola assunse molto di più del suo significato.
“Ma allora spiegami! Perché io da sola non capisco...” disse alzando la voce, ritornando quasi isterica.
Quella situazione rischiava seriamente di farmi venire un mal di testa epocale.
Pensai velocemente a quello che potevo dirle senza spaventarla troppo. Sfortunatamente, tutto di quello che dovevo dirle l'avrebbe spaventata.
“Hai qualche domanda in particolare?” chiesi allora, priva di idee migliori, emulando sostanzialmente il comportamento che mio marito ebbe con me anni addietro.
Lei annuì, ma non sembrava in grado di formulare la domanda, perciò la esortai a continuare.
“Beh. Decisamente si tratta di una domanda che non avrei mai pensato di formulare, specialmente a mia figlia... Ecco, prima hai detto che non tutto quello che viene raccontato è vero. Ma ciò significa che di vero c'è comunque qualcosa. E io vorrei davvero sapere tutto, ma allo stesso tempo ho paura di ricevere una risposta terrificante...” balbettò agitata. Probabilmente non sarei riuscita ad ottenere niente di più soddisfacente se prima non la rassicuravo un po'.
“Noi non facciamo del male alle persone, ok? Io non sarei in grado di torcere un capello a nessuno, non lo farei mai.” decisi che era meglio non scendere nei dettagli, come il fatto che qualcuno abbia effettivamente ucciso, anche solo per sbaglio, oppure che esistano altri esseri che non la pensavano come noi. Queste cose avrei potuto dirgliele in un secondo momento.
Renée apparve sinceramente rincuorata. Se era solo questo che la preoccupava, eravamo a cavallo.
“Quindi voi non vi nutrite realmente di sangue, giusto?”
“Non ho detto questo” risposi lentamente, monitorando ogni sua reazione “ho detto che non ci nutriamo di sangue umano, ma è una nostra scelta. Pur di non essere dei mostri, ci accontentiamo di nutrirci di animali che ci sono qui in zona, come alci, cervi, orsi...”
La sua espressione era a metà fra il ripugnato e il disgustato, ma non fece nessun commento. Forse perché non aveva niente di piacevole da dire, oppure perché la situazione in cui si trovava le sembrava ancora troppo surreale. Conoscevo benissimo la sensazione.
“E voi non potete esporvi alla luce diretta del sole, però uscite liberamente durante il giorno...” chiese ancora dopo essersi schiarita la gola.
“Il sole non ci fa niente, però è meglio che la gente non ci veda mentre ci esponiamo alla luce solare. Vedi, essa provoca una strana reazione sulla nostra pelle: si riflette come su un prisma.”
“In che senso?” domandò granando gli occhi.
“Ecco, in pratica è come se fossimo ricoperti di brillantini, però è difficile da descrivere. Fino a quando non lo vedi con i tuoi occhi, non lo puoi neanche immaginare.
“E se ti stai chiedendo se dormiamo in una bara, se ci trasformiamo in pipistrelli, se siamo spaventati da acqua santa, croci, aglio o se possiamo essere ammazzati con un paletto di frassino” continuai “beh, la risposta è sempre no. Sono tutte stupidaggini inventate a causa delle superstizioni medievali per spiegare fatti che a quell'epoca non potevano comprendere.”
“E se ti stai chiedendo se dormiamo in una bara, se ci trasformiamo in pipistrelli, se siamo spaventati da acqua santa, croci, aglio o se possiamo essere ammazzati con un paletto di frassino” continuai “beh, la risposta è sempre no. Sono tutte stupidaggini inventate a causa delle superstizioni medievali per spiegare fatti che a quell'epoca non potevano comprendere.”
Rifletté a lungo su quello che le avevo detto. Sapevo che le sue domande erano appena iniziate, e se in quel momento sembrava contenere la sua curiosità era solo perché doveva avere il tempo di assorbire il tutto.
“Potete vivere in eterno?” chiese ancora.
“Sì” risposi semplicemente.
Per una volta non sembrò troppo preoccupata dalla mia risposta. Anzi, era vivamente interessata.
“Quanti anni hanno gli altri?”
“Un po'” dissi ridacchiando. Chissà perché avevo uno strano senso di déjà vu. Alla rovescia.
“No, sul serio. Sono curiosa. Ad esempio, quanti anni ha Edward?”
“Diciamo che tra di noi c'è una leggerissima differenza di età” replicai più tranquilla. Adesso che si era calmata potevo permettermi di essere più naturale.
“Lui il venti giugno dell'anno scorso ha compiuto centocinque anni” conclusi.
“Lui il venti giugno dell'anno scorso ha compiuto centocinque anni” conclusi.
Rimase a bocca aperta. Cercò di ricomporsi, ma con scarsi risultati.
La sua espressione era talmente comica che mi permisi di essere un po' ironica: “Beh, sì in effetti è molto giovane. Conosco gente con più di tremila anni alle spalle!”
“E Carlisle?”
“Oh, solo trecentosessanta!”
Annuì ancora un po' scossa, guardando di fronte a sé.
“Hai fame?” le domandai comprensiva. “Se vuoi ti preparo qualcosa per pranzo.”
Annuì di nuovo, ancora persa nei suoi pensieri.
Fui felice di aver trovato una scusa per interrompere la conversazione. Un po' per poter dare a mia madre la possibilità di riflettere su quello che le avevo appena confessato. Un po' perché anch'io dovevo pensare a come andare avanti, a quello che dovevo dirle adesso e quello che invece sarebbe stato più saggio rimandare. E soprattutto come affrontare la questione Renesmee. Non potevo certo andare lì e dirle come se niente fosse: oh sì, a proposito. Oltre che essere la madre di una vampira sei anche diventata nonna. Da oltre cinque mesi, per di più, e tua nipote dimostra sì e no sei anni...
Decisamente non era il modo migliore per comunicarglielo. Allo stesso tempo non potevo procrastinare oltre. Ormai questo era il momento giusto, aspettare ancora l'avrebbe fatta sentire ancora più esclusa dalla mia vita. Avevo bisogno di uno dei consigli di Edward. Perché lo avevo mandato via? A che stavo pensando per fare una cosa simile?
Nel frattempo, mentre cercavo una soluzione, iniziai a preparare il pranzo per Renée. Calcolai una doppia porzione nel caso in cui fosse arrivato anche Phil. Misi su l'acqua per gli spaghetti e tagliai le bistecche, che lasciai a marinare nel frigo. Non avendo più motivazioni per restare in cucina tornai in salotto, dove Renée stava guardando le foto di famiglia. Ci eravamo premuniti nascondendo tutte le foto che ritraevano mia figlia, perciò mi chiesi come mai ne fosse così incuriosita.
“Cosa guardi?”
“Niente, stavo solo pensando. Carlisle ed Esme hanno solo figli adottivi. È forse perché i va...” si bloccò per un attimo “perché voi non potete averne?”
Per qualche strana coincidenza cosmica era andata a finire proprio sull'argomento più delicato e importante che dovevo affrontare. Decisi di farmi coraggio e di raccontare le cose come stanno, pur arrivandoci con calma.
“Non è esattamente così. La questione è molto più complicata. Vedi, anche se appariamo così diversi, in realtà conserviamo ancora molte delle nostre caratteristiche umane. Oltre a mantenere il carattere e la maggior parte dei ricordi, anche fisicamente siamo quasi gli stessi. Solo che siamo congelati in un attimo preciso della nostra vita. Rimaniamo sempre immutati, identici come il giorno in cui siamo stati trasformati. Di conseguenza per le donne vampiro...” dissi involontariamente. Era la prima volta che pronunciavo quella parola di fronte a lei, così mi preoccupai della sua reazione. Tuttavia sembrava ancora rilassata e quindi continuai.
“Ecco, vedi per le donne non è possibile continuare ad avere dei normali cicli vitali, di conseguenza non possono restare incinte. Mentre gli uomini non hanno questo problema e possono anche procreare. Capito?”
Sperai che almeno una parte di quel discorso fosse comprensibile per lei.
Mi guardò con un'espressione triste sul volto.
“Quindi tu... quindi adesso tu non puoi più avere figli?” mi chiese sconsolata.
“Ecco, in effetti no, non posso più restare incinta. Però, vedi, un vampiro e un'umana insieme possono avere dei figli, e io quando mi sono sposata ero ancora un'umana...” risposi di getto.
Renée era, se possibile, ancora più confusa di prima.
“Che intendi dire?”
Ok, Bella. Ce la puoi fare. È solo una frase.
“Mamma, siediti un momento sul divano” le dissi prendendola per un braccio.
Dopo che mi fui seduta accanto a lei ed ebbi preso fiato parlai.
“Quello che intendevo dire è che, durante la luna di miele, io ed Edward effettivamente avevamo la possibilità di concepire un bambino. E infatti così è stato.” dissi lentamente.
Comprendendo le mie parole, passò in fretta dalla confusione alla sorpresa e infine all'agitazione.
“Cosa! Co... E poi cos'è successo! Oh mio Dio, hai avuto un aborto, è così? È stata colpa di quella malattia sudamericana che ti sei presa? Santo cielo, e io che non ne sapevo niente, mentre avrei dovuto esserti accanto... ” cominciò a farfugliare.
Compresi perfettamente il malinteso, ma adesso fermarla sarebbe stata un'impresa.
“No, ascolta, non è andata così” iniziai, ma neanche mi sentì.
“Ma che razza di madre sono che non riesco neanche a sostenere mia figlia in certe situazioni, non posso credere che hai dovuto affrontare tutto quello da sola...”
“Mamma, basta! Stop!” la bloccai.
“Non ho avuto nessun aborto, la malattia era una bufala, tu sei una madre fantastica e io non ero da sola! Ok?”
Aspettai che comprendesse bene queste parole prima di riprendere con più calma.
“La bambina sta benissimo...” la informai.
Rimase per l'ennesima volta senza parole. Una volta finita questa storia mi sarebbe piaciuto sapere quale rivelazione l'aveva shockata maggiormente.
“Come sarebbe a dire? La bambina? Tu... hai... una...” chiese lentamente, facendo quasi fatica a pronunciare una parola dietro all'altra.
“Sì, ho una splendida e meravigliosa figlia” confermai, senza riuscire a trattenere un sorriso.
Dopo un'altra pausa riprese: “Ma com'è possibile, ti ho vista solo sei mesi fa! Vuol dire che al massimo allora dovevi essere incinta di tre mesi... Me ne sarei accorta, e adesso non hai affatto l'aspetto di una donna che ha appena partorito!”
“Beh, è stata una gravidanza molto particolare. Incredibilmente breve, ma altrettanto difficile. Avevo inventato la storia della malattia perché non sapevo come spiegare a te e a papà come fosse possibile.”
“Cosa intendi con breve?” chiese cauta.
“Intendo una gravidanza iniziata dopo il mio matrimonio e conclusa pochi giorni prima del mio compleanno. Ventisette giorni in totale, per l'esattezza.”
Altra lunga pausa. Forse stavo tirando troppo la corda con lei, avrei rischiato di farle prendere un esaurimento nervoso.
Così ritornai in cucina e misi a cuocere degli spaghetti, ma pochi minuti dopo Renée entrò nella stanza di corsa.
“Tua figlia è nata a metà settembre!” urlò “Sono nonna da cinque mesi e tu non me lo hai mai detto!”
Il suo tono di voce mi spaventò parecchio: non l'avevo mai sentita così arrabbiata.
“Mi dispiace, io... io non sapevo come spiegartelo.” mi giustificai con voce esile. Mi sembrava di essere tornata piccola.
Si posò una mano sulla fronte.
“Ho bisogno di bere qualcosa” disse, prendendosi da sola un bicchiere e riempiendoselo d'acqua.
Si appoggiò al ripiano della cucina, pensierosa.
“Come si chiama?” mi chiese.
“Renesmee”
Alzò lo sguardo verso di me al sentire quel nome improbabile.
“È una via di mezzo tra Renée ed Esme” spiegai “Questo almeno mi aiuta a farmi perdonare?”
Alzò gli occhi al cielo.
“Vieni qui” disse, abbracciandomi forte.
“Posso vederla?” mi chiese mentre si staccava da me.
“Ovviamente sì!” le risposi “Adesso è al parco giochi insieme a Rosalie ed Emmett. Li chiamo e li faccio venire qui.”
Mi venne però in mente anche un'altra cosa.
“Senti, Phil sarà qui da un momento e all'altro. Secondo me sarebbe meglio che lui non venga a sapere di tutta questa storia. Dirò che Renesmee è mia figlia adottiva, ok?”
Lei annuì.
“Charlie lo sa?” chiese.
“Ha visto Renesmee molte volte, e perfino lui ha capito che non è stata adottata” spiegai “Ma non gli abbiamo mai raccontato nulla di specifico, sa solo che c'è qualcosa di strano in me, ma non vuole sapere nulla di più.”
Guardò dritta di fonte a se, sospirando. “Capisco” affermò solamente.
“Come stai?” le chiesi, vedendola visibilmente provata. Sembrava stesse per crollare da un momento all'altro.
“Sto bene, sono solo un po' stanca. Il mondo come lo conoscevo io è stato completamente stravolto: non è facile accettare tutto subito. Mi sembra quasi un sogno. Sono ancora convinta che presto mi risveglierò sull'aereo e mi accorgerò che tutto questo non è reale.”
“Sì, so cosa si prova. Non credere che quando ho scoperto cosa fosse Edward mi sia sembrato tutto normale. Mi ci sono voluti un paio di giorni, che tra l'altro sarebbero piuttosto pochi per una persona sana di mente, prima di convincermi e analizzare bene la situazione. Non è facile.”
“Già” concordò. Poi ridacchiò alzando gli occhi al cielo: “E pensare che il dottore mi aveva consigliato di evitare le emozioni forti!” esclamò.
“Dottore?” chiesi preoccupata. Non mi aveva parlato di nessun dottore! Era forse malata?
“Oh, non ti preoccupare, Bella. È tutto a posto: ti avevo detto di avere una sorpresa per te, ricordi?”
A dire il vero a causa della tensione per il suo arrivo mi ero completamente scordata che dovesse dirmi qualcosa, bella o brutta che fosse.
“Di che si tratta?”
Sfoggiò un sorriso a trentadue denti. Si vedeva che sprizzava felicità da tutti i pori.
“Sono incinta!” esclamò.
A quel punto fui io a restare di sasso.
Incinta...
Mia madre era...
“Oh mio Dio!” urlai abbracciandola.
Adesso potevo anche capire gli sbalzi di umore più netti del solito e la sua crisi di pianto.
“Non ci posso credere: avrò un fratellino o una sorellina! A che settimana sei?”
“Alla terza, l'ho scoperto solo l'altro giorno. E pensare che mi ero anche spaventata a morte, perché credevo di essere entrata in menopausa. Sai, mia madre ci è arrivata molto giovane. E invece no! Quando il ginecologo me l'ha detto sono scoppiata a piangere dalla felicità. Non che io e Phil ci stessimo provando, ma era contentissimo anche lui.”
“E va tutto bene?”
“Oh sì sì, ha solo consigliato riposo, cibo in abbondanza, tante vitamine... le solite cose insomma.” mi rispose sbrigativa.
“E non ti ha detto nulla riguardo... sì, insomma, alla tua età?” chiesi, sperando di non offenderla troppo. Era sensibile riguardo ai suoi anni, aveva paura di invecchiare. Caratteristica che, evidentemente, avevo ereditato anch'io.
“Bella, ci sono un sacco di donne che hanno dei figli a quarantanni. Anzi, secondo molte statistiche le madri più giovani stanno diminuendo sempre di più.” rispose.
“Volevo solo sapere se, secondo il medico, ci sarebbe stata qualche differenza fra questa gravidanza e quando eri incinta di me.” cercai di uscirne.
“Beh, ovviamente non sono più una ragazzina. È logico che i rischi siano leggermente superiori, ma non c'è nulla di cui temere.” mi rassicurò.
“Sono così felice per te!” esclamai sincera.
La abbracciai di nuovo, questa volta più a lungo.
“Va' a sederti sul divano. Ti sei già stancata troppo per oggi” le ordinai severa.
“Ok, ok. Vado” acconsentì.
Di tutte le cose che sarebbero potute accadere quel giorno, scoprire che presto non sarei più stata figlia unica era senz'ombra di dubbio la più sorprendente. Beh, oltre a scoprire che a quanto pare mia madre è pazza almeno quanto me, per essersi potuta adattare così velocemente al mondo del sovrannaturale.
Così sopraffatta da queste novità mi dimenticai completamente della pasta sul fuoco, che quindi era diventata scotta.
Pazienza, tanto mia madre cucinava perfino peggio, pur considerando che io non avevo più un normale senso del gusto.
Mentre scolavo sentii dei passi provenienti dal garage.
Mi aspettavo di vedere entrambi, ma arrivò solo Edward, entrando in cucina con calma.
“Ciao, dov'è Phil?” gli chiesi.
“È ancora in giro, immagino. Non ero con lui”
Lo guardai.
“Ah sì? E si può sapere dov'eri finito?”
“Aggiustavo una cosa in garage” rispose con un sorrisetto innocente.
“Bugiardo! Tu stavi origliando! E questo è ancora più grave perché, pur sentendo che ero in difficoltà, tu non sei venuto qui ad aiutarmi!” lo accusai minacciandolo con il mestolo di legno.
“Sei stata tu dirmi che volevi stare da sola con tua madre.” si giustificò “E inoltre non mi sarei perso lo spettacolo per nulla al mondo” concluse divertito.
Gli diedi una botterella in testa con il mestolo.
“Ahi” fece finta di lamentarsi “come mai sei diventata così manesca?” chiese ridacchiando.
“Non c'è niente da ridere! Ti rendi conto che ho messo mia madre, che tra l'altro aspetta un bambino, in un pericolo mortale?”
Alle mie parole smise di divertirsi.
“Lo avrebbe scoperto comunque” disse in tono grave “In ogni caso, ieri ho telefonato a Carlisle e ne abbiamo discusso. Secondo lui, i Volturi sono già abbastanza arrabbiati con noi che non hanno bisogno di accuse vere per attaccarci. Quando vorranno farlo, così sarà. Ma scommetto che dovremmo aspettare ancora molto prima che lo facciano: l'ultima volta li abbiamo spaventati parecchio.”
“Le ultime parole famose...” commentai triste.
“Adesso rilassati: hai tante cose per cui essere felice. Non fasciarti la testa prima del tempo. A me lo dici sempre...”
“E da quando in qua tu sei diventato Mr. Positivo?” chiesi sarcastica.
Sorrise e mi baciò sulla fronte senza rispondermi.
“È stato interessante” disse.
“Che cosa?”
“Sentire i pensieri di tua madre mentre le dicevi la verità. Chissà se erano come i tuoi, la conversazione era più o meno era simile”
“Probabilmente si avvicinavano parecchio. E adesso capisco lo stress che hai provato con me. Mi sta per esplodere la testa!”
“Mi dispiace, ma toccava a te farlo” mi disse abbracciandomi “Comunque, alla fine l'ha presa bene...”
“Uhm, anche troppo.”
Rise.
“Ma non ti va mai bene niente!” e così dicendo mi lasciò un bacio a fior di labbra.

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